mercoledì 28 ottobre 2009

TRASFIGURARE LE PICCOLE COSE _ La perfezione consiste nel fare le azioni comuni e quotidiane in intima unione con il Signore


Dal sito www.iosonoamore.splinder.com


IL SENSO REDENTORE DELLA VITA QUOTIDIANA

(Parole di Nostro Signore a Santa Josefa - 5 dicembre 1922)

L'Amore trasforma e divinizza tutto!


"(...)Il sabato 2 dicembre ella scrive con semplicità: «Ho fatto molta fatica ad andare alla meditazione perché mi sento sfinita». Tuttavia alle otto del mattino sta al suo posto e Gesù la raggiunge prima.

« Scrivi per le anime» le dice come due giorni prima. Essa s'inginocchia davanti al tavolino vicino a Gesù che le dice: «Il mio Cuore è tutto amore e questo amore abbraccia tutte le anime ma come potrò far comprendere alle mie anime scelte la predilezione del mio Cuore che vuol servirsi di esse per salvare i peccatori e tante anime esposte ai pericoli del mondo? «Perciò voglio che sappiano quanto il desiderio della loro perfezione Mi consuma e come questa perfezione consista nel fare tutte le azioni comuni e quotidiane in intima unione con Me. Se esse capiscono bene questo, possono divinizzare la loro vita e tutta la loro attività mediante questa intima unione al mio Cuore, e qual valore ha una giornata di vita divina!

«Quando un 'anima è infiammata dal desiderio di amare nulla le è difficile ma se è fredda e inerte tutto le diventa penoso e duro. Venga il mio Cuore ad attingere coraggio! Mi offra l'abbattimento in cui si trova! Lo unisca all'ardore che Mi consuma e rimanga sicura che la sua giornata avrà un valore incomparabile per le anime! Il mio Cuore conosce tutte le miserie umane e le compatisce assai.

«Ma non desidero soltanto che le anime stiano unite a Me in maniera generale: voglio che questa unione sia costante e intima come quella di coloro che si amano e vivono insieme poiché se anche essi non si parlano sempre almeno si scambiano sguardi e si usano vicendevolmente le delicatezze ed attenzioni ispirate dall'amore.

«Se l'anima si trova calma e in consolazione certo le è facile pensare a Me. Ma se è oppressa dalla desolazione e dall'angoscia non tema! Mi basta uno sguardola capisco e quello sguardo solo otterrà dal mio Cuore le più tenere delicatezze. «Ripeterò di nuovo alle anime quanto il mio Cuore le ami... Voglio che esse Mi conoscano a fondo per poter Mi far conoscere a quelle che il mio amore loro affida.

«Desidero ardentemente che tutte le anime da Me scelte fissino gli occhi su di Me senza più distoglierli... che in esse non vi sia mediocrità, ciò che spesso proviene da una falsa comprensione del mio amore. No,amare il mio Cuore non è cosa difficile e dura ma soave e facile. Non occorre nulla di straordinario per giungere a un alto grado d'amore: purità d'intenzione nelle azioni piccole e grandi... unione intima al mio Cuore e l'Amore farà il resto!» Gesù tace un istante poi chinatosi verso Josefa che si è prostrata ai suoi piedi: «- Va' - le dice - e non temere! Sono il giardiniere che coltiva questo fiorellino affinché non avvizzisca. «AmaMi nella pace e nella gioia!».

La sera di questo primo sabato del mese Nostro Signore risponde alle sue ansie poiché ella teme i tranelli del demonio sempre in agguato per rapirle la pace e la conforta così: «- Ricordati di ciò che un giorno dissi ai miei discepoli: perché non siete del mondo, il mondo vi odia. «Oggi ve lo ripeto: perché non siete del demonio, il demonio vi perseguita! Ma il mio Cuore vi custodisce e per mezzo di queste sofferenze si glorifica. «Ama e soffri Josefa ,è per un'anima!». E ancora una volta le affida un'anima consacrata che vacilla nell'amore e la cui generosità Gli sta molto a cuore. «Gesù è sparito scrive lasciandomi la croce». Questa croce con tutto il corteggio di sofferenze che l'accompagnano peserà sulle spalle di Josefa i giorni e le notti che seguirannomentre il suo pensiero resta fisso alla ferita che ella indovina nel Cuore del Maestro. Tre giorni dopoil martedì 5 dicembre. Gesù è già ad aspettarla nella cella quando ella vi giunge e rinnova subito i voti. «- Si - incomincia col dirle.

- Sono quel Gesù che ama teneramente le anime. Ecco quel Cuore che non cessa mai di chiamarle, di custodirle, di prender cura di loro! Ecco quel Cuore infiammato dal desiderio d'essere amato dalle animema soprattutto dalle anime da Lui prescelte...». Poi continua: «Scrivi scrivi di nuovo per esse: «Il mio Cuore non è soltanto un abisso di Amore ma è anche un abisso di Misericordia! E siccome conosco tutte le miserie umane da cui neppure le anime più amate vanno esenti ho voluto che le loro azioni, anche le più piccole potessero rivestirsi per mezzo mio di un valore infinito a vantaggio di quelle che hanno bisogno di essere aiutate e per la salvezza dei peccatori. «Non tutte possono predicare né andare lontano ad evangelizzare i selvaggi ma tutte sì tutte possono far conoscere e amare il mio Cuore... tutte possono vicendevolmente aiutarsi per aumentare il numero degli eletti impedendo a molte anime di perdersi... e tutto ciò per effetto del mio amore e della mia misericordia!

«Dirò alle mie anime come il mio Cuore si spinge ancora più in là! Non soltanto si serve della loro vita ordinaria e delle loro minime azioni ma vuole utilizzare per il bene delle anime anche le loro miserie... le loro debolezze... le stesse mancanze. «Sì l'amore trasforma tutto e tutto divinizza e la misericordia tutto perdona!». Dopo un istante di silenzio Gesù prosegue: «- Addio, ritornerò ancora per dirti i miei segreti. Nel frattempo porta la mia croce con coraggio. Se Mi ami, io pure ti amo! Non dimenticarMi».

Il ritorno del Signore si farà attendere parecchi giorni trascorsi sotto il peso della croce. Tuttavia la festa dell'Immacolata non passa senza che la Madonna venga ad assicurare la figlio la della sua presenza e della sua protezione. Josefa ha molto sofferto tutto il giorno. Il suo cuore è nell'angoscia e la sera dopo la benedizione del Santissimo invoca in suo aiuto la Madre celeste. «Le ho affidato tutta l'anima mia – scrive - e l'ho supplicata di tenermi per mano. Improvvisamente mi apparve tanto bella! Aveva le mani incrociate sul petto e un velo candidissimo sul capo con riflessi d'oro. Non mi disse che queste parole: «Figlia mia, se vuoi dare molta gloria a Gesù e salvarGli le anime lasciaLo fare di te ciò che vorrà e abbandonati al suo amore». «Mi benedisse, lasciò che Le baciassi la mano e disparve». Josefa riprende coraggio in quell'abbandono che esige da lei così grandi offerte e sofferenze per mantenersi fedele giorno per giorno. Ma non può liberarsi da un'inquietudine: le sembra che attorno a lei si intuisca qualcosa dei disegni di cui è lo strumento, e la sua umiltà, il suo desiderio di nascondimento, ne rimangono attenti. «Volevo parlare di questo con Nostro Signore durante i Vespri - scrive la domenica 10 dicembre - e avevo appena cominciato quando Gesù è venuto:

«- Josefa perché sei triste? Dimmelo!». Essa rinnova i voti e Gli confida la sua ansietà. «- Ti ho detto che vivrai nascosta nel mio Cuore: perché dubiti del mio amore? Lascia che le mie parole vadano a molte anime che ne hanno bisogno». Poi sprofondandola ancora più nel sentimento della sua inutilità: «- D'altra parte che te ne viene di tutto questo? «Quando una persona parla dal basso di un grande ambiente vuoto la voce risuona in alto. Così avviene di te. Tu sei l'eco della mia voce ma se Io non parlo che cosa sei tu Josefa?». Tali parole approfondiscono in lei la convinzione del suo nulla e la confermano nella fiducia e nella pace. «Sono io Signore - ella prosegue - che Ti impedisco di venire? Perché sono già cinque giorni che non sei venuto!». «- No - risponde con bontà piena di compassione - tu non M'impedisci di venire ma Mi piace quando Mi desideri e Mi chiami. Ritornerò presto a parlarti delle mie anime. Del resto se in qualche cosa tu Mi facessi dispiacereti mostrerei la tua miseria e il tuo nulla e ti manifesterei il dominio che ho su di te! «Addio resta nascosta nel mio Cuore e lasciati coltivare dalle delicatezze del mio Amore». Nostro Signore non tarda infatti a riprendere le sue confidenze e il martedì 12 dicembre ricompare all'ora abituale. Dapprima insiste sulla sua promessa: «- Sì,Josefate l'ho detto: non devi rattristarti perché il mio Amore prende cura di te e Io M'incarico di tenerti ben nascosta in fondo al mio Cuore. Voglio che tu non dubiti mai del mio Amore! Ricorda ciò che più volte ti ho detto: non sei che una piccola e miserabile creatura che deve abbandonarsi nelle mani del suo Creatorecon intera sottomissione alla sua divina volontà.

«E ora – prosegue - scrivi ancora qualche cosa per le mie anime: «L'amore trasforma le loro azioni più comuni arricchendole di un valore infinito ma fa di più: «Il mio Cuore ama così teneramente queste anime che vuole utilizzare anche le loro miserie, le debolezze e spesso anche le loro mancanze. «L'anima che si vede circondata da miserie non si attribuisce niente di buono e quelle stesse miserie l'obbligano a rivestirsi di una certa quale umiltà che non avrebbe se si vedesse meno imperfetta. «Così quando nel suo lavoro o nel suo incarico apostolico essa sente al vivo la sua incapacità, quando prova ripugnanza ad aiutare le anime nel tendere a una perfezione che essa stessa non possiede, allora è costretta ad annientarsi. E se in questa umile conoscenza della propria debolezza essa ricorre a Me chiedendoMi perdono del suo scarso slancio implorando dal mio Cuore forza e coraggio, quest'anima non può sapere fino a qual punto i miei occhi si fissano su di lei e quanto rendo feconde le sue fatiche! «Altre anime sono poco generose nel fare momento per momento gli sforzi e i sacrifici di ogni giorno. La loro vita sembra trascorrere in belle promesse senza realizzazione. «Qui s'impone una distinzione: se queste anime si formano una certa abitudine a promettere senza tuttavia reprimere in nulla la loro natura né dare prova affatto di abnegazione e di amore, Io non dirò loro che queste parole:

"Fate attenzione che il fuoco non prenda a tutta questa paglia che ammassate nei vostri granaio, che il vento non se la porti via in un istante". «Ma le altre - ed è di queste che intendo parlare - incominciano la giornata piene di buona volontà e animate da vivo desiderio di provarMi il loro amore: Mi promettono abnegazione e generosità in questa o in quell'altra circostanza... ma giunta l'occasione, il carattere, l'amor proprio, la salute, che so Io?... impediscono loro di attuare ciò che con tanta sincerità Mi avevano promesso qualche ora prima. Tuttavia subito dopo riconoscono la loro debolezza e tutte confuse Mi chiedono perdono, si umiliano, rinnovano le loro promesse... Ah! si sappia bene che queste anime Mi piacciono come se non avessero nulla da rimproverarsi!»
La campana diede il segno d'un esercizio comune di religione e Gesù fedele al primo segno dell'obbedienzapartì subito.
Il giovedì 30 novembre Gesù è là alle otto del mattino fedele al convegno. «Scrivi per le anime - dice - e senza preambolo prosegue:
«L'anima che vive una vita costantemente unita alla mia Mi glorifica e lavora molto al bene delle anime. Forse il suo lavoro è di per sé insignificante?... se lo bagna nel mio sangue o l'unisce a quello che ho fatto Io durante la mia vita mortale quale frutto non produrrà nelle anime!... più grande forse che se avesse predicato a tutto il mondo... E ciò sia che studi sia che parli o scriva che cuci o spazzi,si riposi... purché l'azione sia prima di tutto regolata dall'obbedienza o dal dovere e non dal capriccio; inoltre che sia fatta in intima unione con Me, ricoperta del mio Sangue e con grande purità d'intenzione.

«Desidero tanto che le anime comprendano questo! Non è l'azione in sé che ha valore ma l'intenzione con cui è fatta! Quando spazzavo e lavoravo nell'officina di Nazaret davo tanta gloria al Padre come quando predicavo durante la mia vita pubblica.
«Ci sono molte anime che agli occhi del mondo hanno cariche importanti e procurano al mio Cuore una grande gloria: è vero. Però ho anche molte anime nascoste che nei loro oscuri lavori sono operaie assai utili alla mia vigna poiché sono mosse dall'amore e sanno bagnare le minime azioni nel mio Sanguee così ricoprirle con l'oro soprannaturale.

«Il mio Amore tanto può che dal nulla fa ricavare alle anime immensi tesori. Allorché unendosi a Me al mattino offrono tutta la loro giornata con l'ardente desiderio che il mio Cuore se ne serva per il vantaggio delle anime... quando con amore compiono ogni loro dovere ora per oramomento per momento, quali tesori non accumulano in un giorno! «Scoprirò loro sempre più il mio Amore... Esso è inesauribile ed è molto facile per l'anima che ama lasciarsi guidare dall'Amore!». Gesù tace e Josefa posa la penna e resta un istante in adorazione davanti a Colui il cui Cuore così largamente le si dischiude. «Addio! - le dice finalmente - torna al tuo lavoro, ama e soffri poiché l'amore non può separarsi dalla sofferenza. Abbandonati alla cura del migliore dei padri,all'amore del più tenero degli sposi!». Questa è sempre la lezione più cara al divin Salvatore. La croce è un dono di predilezione che sorpassa i favori più insigni.
In quel primo venerdì del mese la lascia a Josefa che la porterà il giorno e la notte. Il sabato 2 dicembre ella scrive con semplicità: «Ho fatto molta fatica ad andare alla meditazione, perché mi sento sfinita». Tuttavia alle otto del mattino sta al suo posto. Gesù la raggiunge. prima.

« Scrivi per le anime» le dice come due giorni Essa s'inginocchia davanti al tavolino vicino a Gesù che le dice: «Il mio Cuore è tutto amore e questo amore abbraccia tutte le anime ma come potrò far comprendere alle mie anime scelte la predilezione del mio Cuore che vuol servirsi di esse per salvare i peccatori e tante anime esposte ai pericoli del mondo? «Perciò voglio che sappiano quanto il desiderio della loro perfezione Mi consuma e come questa perfezione consista nel fare tutte le azioni comuni e quotidiane in intima unione con Me.

Se esse capiscono bene questo possono divinizzare la loro vita e tutta la loro attività mediante questa intima unione al mio Cuore e qual valore ha una giornata di vita divina! «Quando un 'anima è infiammata dal desiderio di amare nulla le è difficile, ma se è fredda e inerte tutto le diventa penoso e duro. Venga il mio Cuore ad attingere coraggio! Mi offra l'abbattimento in cui si trova! Lo unisca all'ardore che Mi consuma e rimanga sicura che la sua giornata avrà un valore incomparabile per le anime! Il mio Cuore conosce tutte le miserie umane e le compatisce assai. «Ma non desidero soltanto che le anime stiano unite a Me in maniera generale: voglio che questa unione sia costante e intima come quella di coloro che si amano e vivono insieme, poiché se anche essi non si parlano sempre, almeno si scambiano sguardi e si usano vicendevolmente le delicatezze ed attenzioni ispirate dall'amore. «Se l'anima si trova calma e in consolazione certo le è facile pensare a Me. Ma se è oppressa dalla desolazione e dall'angoscia non tema! Mi basta uno sguardo ,la capisco e quello sguardo solo otterrà dal mio Cuore le più tenere delicatezze. .."

martedì 20 ottobre 2009

IL GRANDE TENTATORE del Cardinale Dionigi Tettamanzi: "Credi fermamente che Cristo ha già vinto il peccato e ci rende partecipi della sua vittoria!"



E' più che doveroso segnalare la voce autorevole del Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Genova, che recentemente ha pubblicato presso le Ediz. Piemme, un opuscolo intitolato "Il Grande Tentatore": in esso sono evidenziati i pericoli dell'azione di satana, per le anime e per la società, e indicati alcuni preziosi suggerimenti per contrastarne l'opera malefica. Ecco le dieci regole contro Satana, suggerite dal Cardinale:

1) - Non dimenticare che il diavolo esiste. "E' menzognero e padre della menzogna" (Gv 8, 44). E la prima menzogna, di cui vuol renderci vittime, è farci credere che non esiste!

2) - Non dimenticare che il diavolo è tentatore. Ha tentato Adamo, Israele, lo stesso Gesù. Tenta, ossia mette alla prova e sollecita al male, ogni uomo. La tentazione è, dunque, per tutti e per ciascuno di noi. Non ritenerti né esente né invulnerabile.

3) - Non dimenticare che il diavolo è molto intelligente e astuto. Continua ad insidiare affascinando, come ha fatto col primo uomo, cui ha mostrato gli aspetti seducenti del frutto proibito "buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza" (Gen 3, 6).

4) - Sii vigilante: negli occhi e nel cuore. E sii forte: nello spirito e nella virtù. Il primo Papa San Pietro, continua ad esortarci: "Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando di divorare" (I Pt 5, 8).

5) - Credi fermamente nella vittoria di Cristo sul tentatore. Questa fede ti rende sicuro e imperturbabile anche di fronte all'assalto più violento che può essere sferrato contro di te. Cristo è il più forte: "Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio" (Mt 12, 28).

6) - "Ricordati che Cristo ti rende partecipe della sua vittoria". E' questa la grazia del Santo Battesimo, come insegnava S. Cirillo di Gerusalemme ai catecumeni del suo tempo: "Il sangue dell'Agnello immolato, Gesù Cristo, è la forza che espelle i demoni...".

7) - "Sta in ascolto della Parola di Dio. E' ancora Pietro che, di fronte al diavolo quale "leone ruggente", ci ammonisce: 'Resistetegli saldi nella fede"' (I Pt 5, 9).

8) - Sii umile e ama la mortificazione. Di fronte alla sconfinata superbia del tentatore, che pretende di mettere Gesù prostrato in adorazione ai suoi piedi, occorre rispondere con l'umiltà, con la consapevolezza cioè della propria fragilità e miseria e quindi con la fiducia piena nel Signore.

9) - Prega sempre senza stancarti (cfr. Lc 18, 1). Il combattimento e la vittoria sulle tentazioni sono possibili solo nella preghiera. E' per mezzo della sua preghiera che Gesù vince il Grande Tentatore, fin dall'inizio e nell'ultimo combattimento della sua agonia.

10) - "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto". E una legge di natura, questa. E' l'amore crescente al bene che indebolisce e cancella la seduzione del male. E' soprattutto la linea di vita indicata da Gesù: "Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore... Nessuno può servire a due padroni" (Mt 6, 21-24)...

venerdì 16 ottobre 2009

LA VERA PREGHIERA


La Preghiera

Per capire cosa sia la preghiera cristiana è bene leggere il brano di Mt 6,7-8 dove Gesù dice: “Pregando, non fate come i pagani (cioè quelli che non conoscono il Vangelo) i quali credono di venire ascoltati a forza di insistere. Il Padre vostro sa di cosa avete bisogno (in vista del bene eterno) ancor prima che glielo chiediate.”
La preghiera, quindi, non è un modo di influire su Dio, perché Egli non si lascia e non può essere condizionato da nessuno, in quanto è la libertà assoluta, non sbaglia mai, vuole il nostro bene vero ed eterno. Neanche è necessario informarlo, Gesù dice che Dio già sa di cosa abbiamo bisogno.
La preghiera è stare sotto lo sguardo di Dio, cercarlo perché ci illumini su come dobbiamo agire.
Dice Gesù che è “beato chi ascolta la parola di Dio e la mette in pratica” ed ancora: “non chi dice Signore, Signore entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà di Dio”.
In altre parole: la preghiera cristiana non ha lo scopo di far diventare buono Dio, né di sottrarlo alla distrazione perché si ricordi di noi, né di fargli decidere qualcosa a nostro favore.
La vera preghiera è prendere coscienza dei nostri doveri cristiani; è convincersi a vivere da figlio di Dio. Ecco perché la preghiera per eccellenza è il Padre Nostro, dove nella prima parte Gesù insegna a noi quattro motivi per ubbidire a Dio, poi alcune cose da fare per la nostra salvezza eterna.
Con il segno della croce diciamo: Io mi impegno a vivere nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; cioè come mi insegna Dio e non a modo mio. Ecco perché mi ricordo di Gesù che per vivere nel nome di suo Padre ha accettato di morire in croce. Con la parola Amen (cioè: sono d'accordo) esprimo il mio proposito di volere imitare Gesù. Quando si recita l'Ave Maria si promette alla Madonna di vivere come Lei: sempre ubbidiente a Dio e sempre pronta a sacrificarsi per il bene altrui.
Come si vede, qualsiasi preghiera che sia cristiana ci spinge a prendere coscienza dei nostri doveri per viverli ogni giorno.

Preghiera di richiesta
Nel Vangelo ci viene detto di chiedere con insistenza, ma non qualsiasi cosa, bensì lo Spirito Santo!!! Egli ha il compito di suggerirci le cose giuste da compiere; perciò chiederlo vuol dire disporsi ad ubbidirgli anche quando non è facile.
Il cristiano può esprimere i suoi desideri, sempre disposto ad accettare con serenità la risposta di Dio, anche quando non è come la vorremmo. Se abbiamo fede, siamo convinti che Dio fa tutto con saggezza ed amore. Un vero cristiano pregava così:” Ti ringrazio Dio, perché non fai a modo mio”. Nell'orto degli ulivi, Gesù chiede al Padre di non farlo morire, però aggiunge:”se è possibile...”, e continua dicendo:”però sia fatta la tua volontà e non la mia”. Gesù, come uomo, vuole prepararsi ad accettare la morte con serenità: non vuole convincere Dio a cambiare il piano di salvezza.
I falsi cristiani pensano che Dio non ascolta le nostre richieste, invece siamo noi che non vogliamo ascoltare la sua risposta.
Se preghiamo come Gesù, troviamo la pace anche noi.

Pregare per gli altri
Significa cercare di capire quale bene dobbiamo fare agli altri (è opportuno consigliarsi con un sacerdote per non essere preda del proprio egoismo). Quando non possiamo fare nulla li affidiamo a Dio.
Dinanzi alla sofferenza nostra o degli altri, non dobbiamo essere fatalisti, ma dobbiamo darci da fare per cercare di modificare la situazione e contemporaneamente accettare il piano di Dio, perché non è da cristiani disperarsi quando i nostri tentativi non producono il risultato desiderato.
Rifletti: soffrire passa; l'aver sofferto per amore di Dio, non passa. Dice Gesù: ”Beato chi soffre, perché suo sarà il Paradiso”.


Pregare per le vocazioni (cioè perché ci siano più Sacerdoti e più Suore nella Chiesa di Dio)
Anzitutto, vuol dire che mi devo preparare a dire di si al Signore se mi indica questa strada. Inoltre mi devo chiedere cosa faccio per far capire agli altri che devono cercare il progetto divino su di loro e rendersi liberi dall'attaccamento ai propri desideri terreni per essere pronti a compiere, per il proprio bene e dell'umanità intera, la missione che Dio affida loro.
Non dimentichiamo però che vocazione ha un significato più ampio, cioè: chiamata. Ognuno di noi è chiamato da Dio a compiere questa missione: ama il tuo prossimo. Questo obiettivo può essere raggiunto o da consacrato (sacerdote o suora) o nella vita coniugale o da singolo. E' il Signore che deve indicare la strada a ciascuno di noi. Ecco perché il cristiano deve pregare così:”Signore, indicami Tu il sentiero da percorrere: io lo seguirò”.

La preghiera vera incomincia con le parole e si deve trasformare in fatti concreti. Perché ciò avvenga, cioè trasformare il nostro modo di vivere da umano in cristiano, è necessario pregare costantemente ed esercitarsi sul dominio dei propri istinti.
Spesso e volentieri dobbiamo richiamare alla nostra mente i propositi fatti, i difetti da eliminare. Dobbiamo convincere noi stessi sempre di più che è giusto quello che Dio ci insegna e perciò non dobbiamo desiderare a tutti i costi il benessere terreno. Così si esprime Sant'Ignazio di Lojola, fondatore dei Padri Gesuiti:”L' uomo deve usare le cose terrene tanto quanto lo aiutano a raggiungere lo scopo della sua esistenza eterna”. Perciò deve accettare cristianamente sia la salute sia la malattia; la vita lunga come la vita breve; la ricchezza come la povertà; ecc. Tutto è dono di Dio e tutto è una prova di Dio. Il benessere è una prova, perché Gesù dice che bisogna aiutare i bisognosi (non solo i parenti) in misura giusta (è bene consultarsi con un sacerdote per combattere il proprio egoismo!), altrimenti si va all'inferno. “Chi ama, compie il proprio dovere nei confronti del prossimo” (così dice Kant).
L'amore verso gli altri è un atto di fede, chi ne ha poca ha poco amore.
E' male non fare del bene. Ma è anche un danno a se stessi non accettare la sofferenza che Dio ci dà o permette.
La sofferenza è una prova necessaria per la salvezza, se non si accetta, porta alla disperazione.
La preghiera vera ci porta non alla rassegnazione, ma alla gratitudine verso Dio, che attraverso le prove giuste e necessarie, ci dà l'opportunità di guadagnarci il Paradiso. Questa è la nostra fede!
Rifletti:anche se perdi tutto, ma hai ancora la fede in Dio, non hai perso niente. Ma se perdi la fede in Dio, hai perso tutto!!!
Gesù, come uomo, prega a parole ma anche con la vita. Si ritira per quaranta giorni nel deserto per esercitarsi a fare a meno del piccolo benessere che aveva a casa sua.
Nel deserto dorme per terra e mangia alla men peggio: così fa l'esperienza che basta poco per vivere:ecco è pronto a superare la tentazione del benessere.
L'egoista vuole più comodità possibili o come diceva uno:” Si vuole il superfluo necessario”, ma con questa mentalità non si supera nessuna tentazione e non si raggiunge la felicità.
Gesù si esercita a vivere da solo, ma insieme con Dio; così si esercita a non avere bisogno dell'affetto degli altri, né la stima degli altri.
Vivendo da figlio di Dio, sa di essere amato da Dio, quindi non dà importanza al fatto che lo calunnieranno e resta nella pace non nell'amarezza.
Imitiamo la preghiera di Cristo nel deserto, creando il deserto nel nostro cuore perché ci sia posto per i sentimenti cristiani. Se non ci esercitiamo concretamente a vivere cristianamente, imponendoci volontariamente le giuste rinunce per essere padroni di noi stessi, non saremo mai felici. Ecco la necessità di imparare a pregare. E' la preghiera che ci rende felici!
“O Signore, la tua parola illumina la mia vita. Tu sei la vera Vita e mi insegni a vivere nella Verità e nella Giustizia. Nella difficoltà, la certezza della felicità eterna dà pace e serenità: Grazie a te, Signore Gesù. Amen.”
Rifletti: l'amore verso Dio non preserva da ogni dolore, ma ci fa accettare il dolore con serenità.

La preghiera purifica l'anima (chiedendo perdono e impegnandoci ad evitare il peccato con convinzione è possibile migliorare sempre di più); regola gli affetti (più che affezionarsi agli altri bisogna fare loro del bene; bisogna ringraziare Dio nella salute e nella malattia, quando siamo soli e quando siamo in compagnia, ecc.); dirige le azioni (è bene fare ciò che è giusto secondo Dio); corregge gli eccessi; riforma i costumi:” la preghiera vera ci porta alla conoscenza della parola di Dio e perciò, chi è di buona volontà fa ciò che è giusto anche se non piace” (San Bernardo).
“Troppo spesso crediamo che Dio non ascolti le nostre domande, mentre siamo noi che non ascoltiamo le sue risposte” (François Mauriac).
“Pregare vuol dire cercare i rimedi ai propri difetti” (Henry Ford).

La preghiera di lode
Non è un fine. Cristo non vuole ammiratori ma discepoli: “Non sa che farsene di chi lo loda, vuole che lo imitiamo il più possibile” (Kierkegaard Soren, filosofo cristiano).
Gesù sia il nostro fine; negli affetti il nostro amore; nelle parole ed azioni il nostro modello.
Essere cristiani non è facile, ma rende felici. Non è bene il vivere, ma il vivere bene.
Fare del bene è l'opera migliore (Voltaire).
La scelta di bontà non ha limite (Bacone).
I malvagi non raggiungono la felicità.

Preghiamo con Gesù e come Gesù
Il motivo che ha spinto Gesù, in quanto uomo, a pregare è stato quello di diventare padrone dei suoi istinti, dei suoi desideri terreni e dei suoi sentimenti umani. La preghiera gli ha dato la possibilità di vivere la vita terrena così come deve vivere un figlio di Dio.
Notiamo che Gesù non ha avuto una vita facile. Ha avuto tutte le difficoltà che incontra ogni essere umano, ma non si è depresso o scoraggiato e non ha ceduto alla tentazione perché ha pregato e si è lasciato aiutare dal Padre.
Gesù, infatti, ha accettato la Parola di Dio, non ha dato importanza a quello che diceva la gente, o a quello che a lui come uomo sembrava giusto.
Ecco perché Gesù, diventato adulto, si ritira nel deserto: vuole vivere di poco per non essere schiavo dei beni terreni e vivere da solo con Dio per non essere schiavo degli affetti umani.
Amare il prossimo, cioè volere e fare il bene, è una cosa giusta; affezionarsi tanto da pretendere l'affetto degli altri, la gratitudine degli altri è essere schiavi dei propri affetti. La schiavitù non rende felici.

Nelle tentazioni preghiamo come Gesù!
Nel deserto Gesù non si limita a fare buoni propositi o a dire: - Dio mio, aiutami a superare le tentazioni – per poi andare alla ricerca di ogni comodità possibile con la scusa che essendo su questa terra bisogna pur vivere.
C'è modo e modo di vivere! Gesù si esercita a vivere di poco, senza comodità, cercando l'amicizia di Dio e non quella degli essere umani.
Secondo Gesù, noi preghiamo quando cerchiamo di educarci a vivere senza troppe pretese, liberi dal volere a tutti i costi ciò che ci piace.
La preghiera, infatti, non consiste soltanto nel recitare delle preghiere ma in modo particolare nell'esercizio a vivere da cristiani con gesti concreti che ci aiutano a modificare le abitudini peccaminose o i nostri affetti disordinati.
Le tentazioni che Gesù ha avuto sono state l'occasione per prendere atto della sua libertà interiore acquistata proprio perché ha accettato con convinzione di vivere secondo l'insegnamento di Dio che ci è comunicato nella Bibbia.
E' bene leggere attentamente Matteo 4, 1-11.
Nota bene: la libertà consiste nella possibilità di scegliere o tra cose buone o tra cose cattive.
La spinta a fare ciò che è male la chiamiamo tentazione.
La Bibbia è il manuale della Verità; ecco perché è bene conoscerla per metterla in pratica.
Gesù ha stima di suo Padre e lo accetta come guida della sua vita, perciò non cede alle tentazione. Noi invece vorremmo che Dio ci concedesse ciò che a noi sembra giusto; inoltre quando ci è possibile fare a modo nostro, anche se è peccato, lo facciamo lo stesso perché pensiamo che tutto sommato non è un danno per la nostra vita e poi basta chiedere perdono a Dio e tutto finisce lì. Ragionando così si cade facilmente nella tentazione.

Gesù ringrazia
Così prega Gesù (Mt 11,25): - Ti ringrazio, Padre, perché hai nascosto la Verità ai presuntuosi e ai sapienti di scienza umana e l'hai comunicata agli umili.-
Gesù ringrazia, cioè riconosce che Dio vuole il nostro bene e gratis, cioè disinteressatamente e liberamente, comunica a noi la Verità che ci salva. Purtroppo i presuntuosi, i superbi rifiutano Dio perché si sentono sapienti abbastanza per raggiungere la felicità a modo loro, invece gli umili, cioè quelli che riconoscono i loro limiti, accettano la verità che Dio comunica.
Gesù ringrazia, cioè riconosce i meriti di Dio e predispone la sua volontà all'ubbidienza totale.
Grazie, infatti, vuol dire che prendiamo atto che tutto è dono di Dio e che perciò è giusto vivere ed utilizzare i suoi doni secondo le sue direttive perché ci conducono alla vera felicità.

Gesù c'insegna a prepararci ad accettare dalle mani di Dio ciò che piace poco o niente. (vedi Mt 16, 21-23; 17, 22-23; 20, 17-28)
Gesù ripete a se stesso e ai suoi discepoli, e non una sola volta, il Piano di Dio su di lui.
Dovrà soffrire per mano di gente malvagia, morire e infine Risorgere. Lo dice con serenità, con insistenza per preparare se stesso ad affrontare questi momenti difficili con fede e con dignità umana e cristiana.
Gesù ha pregato con fede, cioè per accettare la croce, non perché non ci fosse e così ha conquistato la serenità; se noi non facciamo altrettanto non troveremo mai la pace.
La pace anteriore conquistata a poco a poco è il segno che preghiamo come Cristo. Se siamo e restiamo nell'amarezza è perché preghiamo da pagani, senza fede e pretendiamo che Dio ci dia quello che chiediamo noi.

Chiedere come ha chiesto Gesù (Mt 26, 39-46)
Gesù sta per essere preso ed ucciso. Dopo l'ultima cena, si reca nell'orto degli ulivi e prega così:- Padre, se è possibile, non farmi morire; però non si faccia come dico io, ma come vuoi Tu.
Gesù esprime il suo desiderio umano, ma avendo stima di suo Padre dichiara convinto che vuole ubbidire, nonostante tutto. Dopo tre ore di preghiera costante, monotona, insistente accetta la morte e si rasserena.
Non è male presentare a Dio ciò che vorremmo noi, ma non bisogna mai perdere di vista che Dio, con saggezza ed amore, ci negherà ciò che non ci giova.

Gesù c'insegna a chiedere nel suo nome (rifletti: non a nome suo, chiaro?)
Mt 18,19-20. Chiedere nel suo nome o invocare il nome di Gesù, vuol dire chiedere come ha chiesto Lui: Padre vorrei...., ma se non è possibile, sia fatta la tua volontà.
Quindi prima di chiedere qualcosa ci dobbiamo disporre ad accettare con serenità il contrario di quello che chiediamo, qualora Dio non concede o non concede subito quello che chiediamo.
E lo dobbiamo ringraziare. Meno male che Dio ci dà solo ciò che giova alla nostra salvezza eterna!
Così ragiona e prega il vero seguace di Cristo. I sentimenti di Cristo devono essere i nostri. Gesù ha pregato per accettare la croce, anche noi dobbiamo pregare per raggiungere lo stesso scopo.
Gv 12, 23-28 ci tramanda la preghiera di Gesù: “L'ora è venuta”; Gesù si ripete che è giunto il momento cruciale della sua vita e ci dimostra che fare la volontà di Dio accettando una morte ingiusta, violenta e per colpa della cattiveria umana, è la cosa migliore che si possa fare se si vuole raggiungere la vera felicità . Ecco perché aggiunge che il Figlio dell'Uomo sta per essere innalzato alla Gloria.
Perciò la sua preghiera è cercare i motivi per accettare la prova:- se il frumento non muore, non porta frutto.- Chi ama la sua vita, la perde; chi è pronto a perdere la propria vita per ubbidire a Dio, raggiungerà la felicità eterna.-
E' profondamente turbato, ma riflette con se stesso e dice:- che devo fare? Dire al Padre di farmi evitare questa prova? Ma per questo sono venuto sulla terra! Allora Padre glorifica il tuo nome.
Così combatte il turbamento e lo scoramento, così dobbiamo fare anche noi.
E' vero, Gesù ha anche urlato:- Dio mio, perché mi hai abbandonato? E' l'urlo dell'uomo, ma Gesù ci insegna a non lasciarsi sconfiggere da un sentimento sbagliato. La fede deve vincere e allora conclude:- Padre, nelle tue mai affido la mia vita.
La pace è il frutto della vera preghiera. AMEN.

dal sito
http://www.rocciadisalvezza.it/scritti/itinerario_di_fede/la_preghiera.htm

sabato 18 luglio 2009

QUANDO LE CROCI SONO TROPPE


Quando le croci sono troppe
(di Giovanni Francile)


Un uomo viaggiava, portando sulle spalle tante croci pesantissime. Era ansante, trafelato, oppresso e, passando un giorno davanti ad un crocifisso, se ne lamentò con il signore così:
"Ah, signore, io ho imparato nel catechismo che tu ci hai creato per conoscerti, amarti e servirti... Ma invece mi sembra di essere stato creato soltanto per portare le croci! Me ne hai date tante e così pesanti che io non ho più forza per portarle...".
Il Signore però gli disse: "ieni qui, figlio mio, posa queste croci per terra ed esaminiamole un poco... Ecco, questa è la croce più grossa e la più pesante; guarda cosa c' è scritto sopra...".
Quell'uomo guardò e lesse questa parola: sensualità.
"Lo vedi?", disse il Signore, "questa croce non te l'ho data io, ma te la sei fabbricata da solo. Hai avuto troppa smania di godere, sei andato in cerca di piaceri, di golosità, di divertimenti... E di conseguenza hai avuto malattie, povertà, rimorsi".
"Purtroppo è vero, soggiunse l'uomo, questa croce l'ho fabbricata io! E' giusto che io la porti!". Sollevò da terra quella croce e se la pose di nuovo sulle spalle.
Il Signore continuò: "Guarda quest' altra croce. C'è scritto sopra: ambizione. Anche questa l'hai fabbricata tu, non te l'ho data io. Hai avuto troppo desiderio di salire in alto, di occupare i primi posti, di stare al di sopra degli altri... E di conseguenza hai avuto odio, persecuzione, calunnie, disinganni".
"E' vero, è vero! Anche questa croce l'ho fabbricata io! E' giusto che io la porti!". Sollevò da terra quella seconda croce e se la mise sulle spalle.
Il Signore additò altre croci, e disse: "Leggi. Su questa è scritto gelosia, su quell'altra: avarizia, su quest'altra...".
"Ho capito, ho capito Signore, è troppo giusto quello che tu dici...".
E prima che il Signore avesse finito di parlare, il povero uomo aveva raccolto da terra tutte le sue croci e se le era poste sulle spalle.
Per ultima era rimasta per terra una crocetta piccola piccola e quando l'uomo la sollevò per porsela sulle spalle, esclamò:
"Oh! Come è piccola questa! E pesa poco!". Guardò quello che c'era scritto sopra e lesse queste parole: "La croce di Gesù".
Vivamente commosso, sollevò lo sguardo verso il Signore ed esclamò: "Quanto sei buono!". Poi baciò quella croce con grande affetto.
E il Signore gli disse: "Vedi, figlio mio, questa piccola croce te l'ho data io, ma te l'ho data con amore di padre; te l'ho data perché voglio farti acquistare merito con la pazienza; te l'ho data perché tu possa somigliare a me e starmi vicino per giungere al cielo, perché io l'ho detto: 'Chi vuole venire dietro a me prenda la sua croce ogni giorno e mi segua...', ma ho detto anche: 'il mio giogo è soave e il mio peso è leggerò".
L'uomo delle croci riprese silenzioso il cammino della vita; fece ogni sforzo per correggersi dei suoi vizi e si diede con ogni premura a conoscere, amare e servire Dio.
Le croci più grosse e più pesanti caddero, una dopo l'altra dalle sue spalle e gli rimase soltanto quella di Gesù.
Questa se la tenne stretta al cuore fino all'ultimo giorno della sua vita, e quando arrivò al termine del viaggio, quella croce gli servì da chiave per aprire la porta del paradiso.

sabato 11 luglio 2009

NUOVO MESSAGGIO MEDJUGORJE


Apparizione del 10 Luglio 2009 ore 22:00
Carissimi amici, ecco quanto Krizan ci ha comunicato sull’apparizione avuta da Ivan ieri sera, 10 Luglio 2009, alla Croce blu alle ore 22:00: «Stasera la Gospa è venuta gioiosa e felice. All’inizio, ci ha salutato tutti col suo abituale materno saluto: “Sia lodato Gesù, cari figli miei, figliolini miei!”. Dopo questo la Gospa ha detto: “Cari figli, anche oggi vi invito in questo tempo di grazia: aprite i vostri cuori, apritevi allo Spirito Santo. Cari figli, in particolare stasera vi invito a pregare per il dono del perdono. Perdonate, cari figli, amate. Sappiate, cari figli, che la Madre prega per voi e intercede presso Suo figlio. Grazie, cari figli, per avermi accolto anche oggi, aver accolto i miei messaggi e perché vivete i miei messaggi”. Dopo questo, la Gospa ha pregato su di noi con le mani distese, ha pregato in particolare sui malati presenti, ha benedetto tutti noi con la sua Benedizione materna e ha benedetto tutti gli oggetti che abbiamo portato per la benedizione. Dopo questo Ivan ha raccomandato alla Gospa tutti noi, i nostri bisogni, le nostre intenzioni, le nostre famiglie e in particolare i malati. Dopo questo la Gospa ha pregato un tempo per i malati presenti con le mani distese. Abbiamo pregato con la Gospa un Padre nostro e un Gloria al Padre e poi la Gospa se n’è andata nel segno della luce e della croce col saluto: “Andate in pace, cari figli miei!”»

mercoledì 8 luglio 2009

"PILLOLE" DI MADRE TERESA

Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso. Amiamo.. non nelle grandi ma nelle piccole cose fatte con grande amore. C'è tanto amore in tutti noi. Non dobbiamo temere di manifestarlo. (Madre Teresa)

IL COMANDAMENTO DELLA GIOIA di Don Gabriele Burani


PER IL CRISTIANO LA GIOIA NON E' UN INVITO....E' UN COMANDO!

LA TRISTEZZA E' UN VIZIO CAPITALE, E' UNA FORMA DI EGOISMO

FILIPPESI 4,1

Perciò fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
[4.4] Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto. Siate lieti. [4.5] La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! [4.6] Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti. [4.7] E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.
[4.8] In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. [4.9] Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele. E il Dio della pace sarà con voi!


Kaìrete èn Kurio siate lieti, rallegratevi, gioite. È il verbo dei saluto dell'angelo a Maria all'annunciazione. È qui un saluto, un invito, un augurio? No, è un comando; è all'imperativo, e si ripete (anche 2,18, 3,1). Paolo è prigioniero e dà il comandamento della gioia. Uno degli aspetti della genialità spirituale di Paolo è il comando di gioire; la gioia non solo come esito di attività che ben riuscite o di successi, né solo come stato emotivo, né come dato di temperamento.
Se scrive "sempre" vuol dire che è una gioia non motivata in modo naturale: gli avvenimenti esterni cambiano, lo stato emotivo cambia. Certo, la gioia è un dono del Signore ma è anche uno stato da ricercare, da conquistare con impegno, c'è un comando. Come ci sono comandi ad amare, a perdonare, a pregare, a non mentire....

Quanti motivi avrebbe Paolo per non essere nella gioia? È in catene, è solo, ha molti nemici, ha sofferto fisicamente in molte occasioni; si arrabbia facilmente, è scontento per le sue comunità... eppure parla di gioia, anzi comanda la gioia; è un dovere custodire la gioia. Non si tratta di un banale essere allegri e spensierati, di non considerare il male...
Si tratta piuttosto di considerare che nulla, nemmeno la prigione (1,12, può togliere la gioia cristiana di cui parla Paolo. Nessun problema esterno, nessun ostacolo, nessuna persecuzione, nessuna povertà, neppure gli stati d'animo o il temperamento personale.... ci si può e ci si deve educare alla gioia in ogni situazione. Per questo Paolo ha un comando, perché è possibile realizzarlo.

PAOLO DEFINISCE LA GIOIA CRISTIANA

Lieti nel Siqnore La gioia è dono del Signore, ma è un vivere IN Cristo risorto, è un essere uniti o Cristo, è un vivere in lui. Chi vive unito a Gesù, partecipo della vita di Gesù, partecipo della gioia dei Risorto. Lieti NEL Signore, vivendo in lui. E se sono in Gesù, nulla può distruggere la gioia perché nulla può distruggere il suo amore per me, nulla può distruggere il Cristo risorto.

Paolo ha sempre nel cuore l'esperienza di un Gesù che gli ha trasformato l'esistenza e la riempie di gioia profonda.

Siate lieti sempre:

È una gioia continua, che richiede anche un impegno costante. Dobbiamo combattere le tentazioni, come la tentazione della tristezza, che è uno dei vizi capitali, secondo Evagrio Pontico. Non mancano tante minacce alla gioia, momenti di sconforto: non dobbiamo fissarci sui pensieri negativi, non indulgere alla autocommiserazione che è una comoda via di fuga dagli impegni; non lasciare che la tristezza prenda possesso della vita. È un male, un vizio; è una forma di egoismo perché è avere la mente puntata su se stessi più che sugli altri e sul Signore.
È molto ricco questo comando: la gioia stabile significa che non sono gli avvenimenti esterni che ci determinano, né i nostri sentimenti. La vita cristiana è libertà, é molto affascinante.

Gioia e carità.

Amabilità, affabilità nota a tutti, scrive Paolo. Una vita amorevole che è nota a tutti, nel senso che lo stile mite, l'amore, si diffonde come un profumo. Lo si capisce bene: la gioia è un sentimento estroverso, verso l'altro da sé, un sentimento estatico; Dio è nella gioia perché ogni persona divina è rivolta alle altre. Quando c'è amore c'è gioia, e la cura per vivere nella gioia è la carità; chi non è nella gioia è un peso per gli altri, tende a farsi servire invece di servire, cioè si presenta come un problema, uno che manca e si appella agli altri. ( Non è un giudizio morale, è condizione esistenziale inizialmente). Chi manca di gioia impone un peso agli altri e questa è una mancanza di carità.
E lo stile triste e depresso è un puntare l'attenzione su stessi più che sugli altri.

Gioia e umiltà

A volte un considerarsi troppo importanti, un mettersi troppo al centro della attenzione, a volte manifesta un avere pretese, un essere permalosi. Chi è poco umile accumula una serie infinita di motivi per cui essere alterato, arrabbiato, scontroso, triste....

II Signore è vicino:

Il Signore viene, il pensiero della 'parusia' è certamente un motivo di gioia. Come credenti trasmettiamo questo alle persone: il Signore è vicino, è vicino a te, alle tue sofferenze, ai tuoi guai, è vicino alla tua vita. Non temere. Con la sua vita il cristiano incarna la fiducia escatologica.
Paolo non comanda solo la gioia, ma un nuovo comportamento; la gioia cristiana si esprime nella bontà dei credenti, nella capacità di accoglienza.

Rifletti sul tuo modo di irradiarti all'esterno. Non puoi modificarti continuamente su comando ma puoi renderti conto dei sentimenti che di volta in volta ti condizionano, di quanto spazio concedi al risentimento, alla insoddisfazione, alla amarezza, e di quante possibilità crei alla gioia e alla bontà di espandersi al tuo interno e di irradiarsi al di fuori.

Non angustiatevi per nulla.


(meden merimnate) Non preoccupatevi di nulla. È il verbo che ritroviamo nel brano di Marta e Maria (Lc 10,38-42) e che caratterizza Marta, presa dalle molte occupazioni, agitata e distratta rispetto al Signore presente. II contenuto è affine a quello di Mt 6,25: "non preoccupatevi per la vostra vita...". La "amerimnla" cioè l'assenza di preoccupazioni, è una virtù cristiana, testimonia la fede del credente che vive nella attesa dell'incontro con il Signore. Le preoccupazioni sono quelle riguardanti (a vita quotidiana e che possono dividere il nostro cuore; noi aspiriamo ad avere un cuore unito al Signore, senza distrazioni e le preoccupazioni sono questo, sono ciò che ci distrae dal Signore. Non è il lavoro, la fatica per la missione che ci distrae, non è l'occupazione ma la pre-occupazione, è la agitazione, è l'avere il cuore diviso, è l'affanno.
Lavorare, faticare, spenderci ma senza angustiarci, senza affanno: è testimonianza di fede, di abbandono in Dio; il cristiano è chiamato alla pace. II carisma della presidenza richiede la capacità di creare unione, pace tra le persone, di armonizzare i carismi; ma chi ha il cuore diviso (e questo è il dono grande del celibato, avere unità interiore), chi vive in affanno, chi affoga nelle preoccupazioni, facilmente crea un clima di contrasto intorno a sé, crea tensione.
Cosa scrive infatti Paolo? ma in ogni circostanza fate presenti o Dio le vostre richieste, con preghiere_ suppliche e ringraziamenti. La fede viene vissuta nella preghiera, la preghiera è abbandono fiducioso in Dio, è trovare la pace interiore, nel senso di una interiorità non frammentata. Chi è in pace con Dio e con se stesso trasmette pace intorno; chi è unito nel suo cuore tende a creare unione negli altri.
In sostanza, le situazioni che affrontiamo nella nostra vita quotidiana sono problematiche, possono generare affanni, e preoccupazioni ma il dialogo continuo con il Signore ci permette di vivere in questo mondo, con libertà, trasmettendo pace.

E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.

v. 8 Otto qualità: una sintesi etica da ricordare. Non sono qualità caratteristiche del cristiano, sono una lista vicina alla filosofia stoica, qualità 'umane' in senso generale. Questo non ci conduce ad affermare che se uno è un buon uomo, onesto, è già cristiano; Paolo si rivolge a persone già cristiane, con una esplicita fede in Gesù, e le conseguenze che ne derivano. Ma Paolo ci fa capire che la vita cristiana è una vita di pienezza umana. II cristiano è un segno nel mondo di una umanità realizzata in pienezza, una umanità ricca, bella, e anche per questo felice. Una persona nobile, leale, veritiera, pura, giusta... conduce una vita bella, rispettabile, lodevole dal punto di vista umano.
II cristiano si contrappone alla mondanità, che in fondo coincide con le varie forme di idolatria, ma vive su questa terra una vita felice perché virtuosa, bella.
Gesù ha vissuto una umanità bella, vera, gioiosa e così il cristiano può vivere la sua vita come un capolavoro di umanità.
E direi, il prete in particolare, come pastore, come'maestro', è chiamato ad una vita umanamente bella, in quanto vita spirituale. Siamo chiamati ad una vita virtuosa, nobile, autentica; ad una vita umanamente ricca, che dà soddisfazione. Non è un male se viviamo da preti con soddisfazione, se sappiamo apprezzare i valori, le realtà terrene, se abbiamo anche amicizie belle.
Se invece di un prete perennemente indaffarato, teso, svuotato, sacrificato i parrocchiani vedono un prete sereno, pacificato, felice di fare quello che fa, non è una cattiva testimonianza.
II fatto di considerare la vocazione al sacerdozio, che rimane chiamato di Dio, e l'essere disponibili, da parte dei giovani, è certamente legato al nostro modo di vivere. Se siamo felici nella nostra vita da consacrati, diamo una testimonianza, e anche nasce in noi un desiderio di 'fecondità', come una coppia che vive con gioia l'amore di coppia, è portata alla, fecondità.

venerdì 3 luglio 2009

AVVISO IMPORTANTE!

La trasmissione a RAI DUE di sabato 4 luglio su Medugorje e Nuovi Orizzonti registrata questi giorni, è stata anticipata alle ore 9.45! Vi chiedo di fare un passaparola tra i vostri amici, di seguirla e di sostenerci con la preghiera!!! Un abbraccio a tutti da Medu e sempre uniti nello Spirito!!! Ci saranno contributi di Nek, Paolo Brosio, dei Veggenti e tanti altri..

03/07/2009 | Fonte: Avvisi dal sito "Maria a Medjugorje"

giovedì 2 luglio 2009

DECALOGO DELL'AMICIZIA




1. Non aspettarti niente da nessuno, dona tutto a tutti perché Dio dona tutto a te.

2. Accogli il sentimento che nasce spontaneo nel cuore,purificalo da ogni egoismo e rendilo dono.

3. Cerca di capire l'altro per aiutarlo a essere diverso da te: amicizia non è plagio.

4. Non nasconderti all'altro, non nascondere l'altro a se stesso: amicizia è darsi la verità.

5. Crea in te un cuore d'amico, un cuore sereno e gioioso che illumini il volto dell'altro.

6. Allarga lo spazio delle tue amicizie, perché non siano feudi del tuo potere.

7. Dio ha creato le razze perché ti ritrovi in volti e cuori uguali e diversi: sono tutti tuoi amici.

8. La natura è il grande giardino creato per te: amalo e rispettalo, è l'amico che ti rivela i segreti del vivere umano.

9. Dio è l'amico fedele per sempre: ti cerca e ti ama anche se tu lo tradisci o lo ignori.

10. L'amicizia nasce nel tuo cuore, ma prima e perenne sorgente è l'Amore infinito di Dio.

(Don Giorgio Basadonna)

NUOVO MESSAGGIO MEDJUGORJE


Messaggio del 2 luglio 2009 ( Mirjana )


Cari figli! Io vi chiamo perché ho bisogno di voi. Ho bisogno di cuori pronti ad un amore immenso. Di cuori non appesantiti dalla vanità. Di cuori che sono pronti ad amare come ha amato mio Figlio, che sono pronti a sacrificarsi come si è sacrificato mio Figlio. Ho bisogno di voi. Per poter venire con me, perdonate voi stessi, perdonate gli altri e adorate mio Figlio. Adoratelo anche per coloro che non l’hanno conosciuto, che non lo amano. Per questo ho bisogno di voi, per questo vi chiamo. Vi ringrazio.

mercoledì 1 luglio 2009

COME LIBERARSI DAL PECCATO, CANCRO CHE CI PORTA ALLA MORTE DELL'ANIMA (E DEL CORPO)


Discorso ai giovani: come liberarsi dal peccato, il cancro che ci porta alla morte - Eco di Medjugorje

Tra i discorsi del padre Raniero Cantalamessa, predicatore ufficiale del Papa, ce n'è uno tenuto ai giovani, che ha particolarmente colpito e che cerchiamo di riassumere.

La sua riflessione parte dalla condanna che Gesù fa dell'ipocrisia degli scribi e farisei “sepolcri imbiancati”. Queste parole ci permettono di riconoscerci tutti peccatori; ma il cristiano ha anche una grande speranza: “Cristo è morto per tutti i nostri peccati”, ma risorgendo ha abbattuto il muro della morte e ci ha spalancato le porte della speranza. E San Giovanni aggiunge: “Chiunque ha questa speranza purifica se stesso come Egli è puro” (1 Gv.3).

Dunque, partendo dalla morte e resurrezione di Cristo dobbiamo purificarci, cioè deporre il peccato. Immaginate una folla di condannati ai lavori forzati, in un campo grigio e nebbioso, che si trascinano un'enorme palla di ferro ai piedi e perciò non possono scappare. A un certo punto arriva qualcuno che tocca i ferri, si sciolgono le catene e le persone sono libere, camminano, e non credono neppure loro di essere liberi. Ecco, anche noi dobbiamo vivere qualcosa del genere e sentire che ci cade di dosso una palla di piombo. Immaginate ancora dei buoi che haimo lavorato tutto il giorno e arrivano alla sera sfiniti. Viene qualcuno e li scioglie dal carro. Ecco, questo carro è il nostro peccato, è il tumore che ci fa morire per sempre.
Come possiamo essere liberati? Emigriamo dall'Egitto del peccato, facciamo un esodo. Il risultato sarà l'entrata nella Terra promessa.

La 1° tappa è riconoscere il peccato, ammettere che abbiamo peccato e ciò non è facile perchè ci viviamo dentro, viviamo in un mondo che ha fatto del peccato la quintessenza della sua vita. Il mondo non ha più paura del peccato e ci scherza. La stessa lingua italiana ha coniato espressioni per minimizzare il peccato, chiamandolo vizietto, peccatuccio ecc., rendendo così tutto una cosa innocente!
Viviamo in un mondo che ha paura di tutto (AIDS, guerre ecc.) ma non ha paura del peccato, che è la guerra dichiarata a Dio, all'Eterno, a Colui che ti tiene la mano al punto che, se ti lasciasse un attimo, tu ripiomberesti nel nulla. Noi non abbiamo più paura di questo. Siamo tutti sotto narcosi e invece dobbiamo svegliarci. La Parola di Dio vuole che chiamiamo il peccato peccato, che ci accorgiamo che esiste ed è una cosa seria... Il peccato è quella cosa tremenda che è l'odio, la violenza, l'ingiustizia, la povertà, la lussuria, l'abuso... La Parola di Dio ci dice che se vogliamo liberarci dal peccato dobbiamo riconoscerlo; esso non è una cosa astratta, ma il vero pericolo della nostra vita. Il mondo dirà il contrario, ma noi sappiamo dove porta il mondo, che “è tutto sotto il potere del maligno” (1 Gv.5).

Il 2° passo da compiere: pentirsi del peccato. Solo lo Spirito Santo, che conosce Dio, sa cos'è il peccato e il pentimento. Quando lo Spirito Santo viene, per prima cosa “convincerà il mondo di peccato” (Gv. 16,8), il mondo cioè l'uomo. Pentirsi significa cambiare mente, giudizio...: ma non è solo sostituire un giudizio a un altro; pentirsi significa sostituire il nostro giudizio con quello di Dio..., significa gettarsi dentro l'abisso del giudizio di Dio e dire: “Signore, io non mi conosco... Tu sai tutto di me... mi getto in questa verità, accetto il tuo giudizio su di me. Questo è il miracolo del cuore contrito, che per Dio diventa una villa, un palazzo... Dio guarda al cuore contrito”. Così, dopo aver riconosciuto il nostro peccato e esserci pentiti, non ci resta che compiere il 3° passo.

3° Tappa: rompere con il peccato definitivamente. Rompere con quel peccato che ci incatena, che appanna i nostri rapporti con Dio... La catena deve essere spezzata. Questa tappa consiste nel dire un bel “basta” al peccato. Dio ci invita a un divorzio santo tra noi e il peccato, specialmente da quel peccato che diventa per noi una catena e senza il quale abbiamo paura di vivere, perchè poi saremmo costretti a cambiare: e allora lo teniamo ben nascosto in noi.
Adesso dobbiamo decidere: voglio stare col Vangelo o con me stesso? Questo peccato può essere diverso in ciascuno, ma c'è nella vita di ognuno di noi. Quindi dobbiamo dire: “Signore aiutami Tu, da oggi voglio fare senza questo peccato!” Potremo ricadere.., ma sarà diverso perchè adesso il Signore sa che il tuo cuore non è più lì... Appena abbiamo capito qual'è questo peccato, bisogna correre subito a fare un contrario a quel peccato...

Se un uomo ha, supponiamo, il vizio del gioco, per liberarsene non deve dire: Signore, da domani non giocherò più, ma deve decidere di non giocare subito,adesso, in questo momento. Ecco così è possibile la liberazione. Il Signore ci aiuterà, ma noi dobbiamo offrirgli la nostra decisione di non compiere il peccato. Alla fine il padre ci invita all'ultimo passo necessario perchè la nostra liberazione sia completa.

4° tappa: distruggere il corpo del peccato. Continuando a peccare ogni giorno, ripetutamente.., nella nostra vita si è formata una crosta calcarea... che si infiltra nei nostri atti... Confessandoci, andando a messa, il più viene eliminato.., ma siccome la contrizione non è sempre perfetta, succede che rimane un po' di calcare che fa massa, che forma il cuore di pietra. Allora ciò che bisogna distruggere è il nostro cuore di pietra, quello che ci siamo fatti da soli, coi nostri peccati... dicendo di no alle beatitudini...
Dobbiamo andare da Dio nella Santa Confessione per cambiare questo cuore di pietra... là dove il Sangue di Cristo scioglie il nostro cuore di pietra...; la Passione di Cristo è una fornace: gettiamo in essa il nostro cuore di pietra per vederlo disciolto... e ottenerne uno nuovo... Quando gli ebrei hanno cominciato l'esodo avevano paura, ma quando sono entrati nel Mar Rosso ne sono usciti liberi... Diventiamo liberi anche noi per la grazia di Cristo che è morto per noi. (discorso a Poggio Rusco, MN, 3.11.90 — riassunto da Paola)

martedì 30 giugno 2009

venerdì 26 giugno 2009

IN COSA CONSISTE LA VERA PERFEZIONE CRISTIANA


dal CAP.1 DEL TRATTATO "IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE" DI DON LORENZO SCRUPOLI

In che consiste la perfezione cristiana. Per acquistarla bisogna combattere.
Quattro cose necessarie per questa battaglia


Volendo tu, figliuola in Cristo amatissima, conseguire l'altezza della perfezione e, accostandoti al tuo Dio, diventare uno stesso spirito con lui (cfr. 1Cor 6,17), dal momento che questa è la maggiore e la più nobile impresa che si possa dire o immaginare, devi prima conoscere in che cosa consista la vera e perfetta vita spirituale.

Molti infatti, senza troppo riflettere, l'hanno posta nel rigore della vita, nella macerazione della carne, nei cilizi, nei flagelli, nelle lunghe veglie, nei digiuni e in altre simili asprezze e fatiche corporali.

Altri, e particolarmente le donne, credono di aver fatto molto cammino se dicono molte preghiere vocali; se partecipano a parecchie messe e a lunghe salmodie; se frequentemente vanno in chiesa e si ritemprano al banchetto eucaristico.

Molti altri (tra cui talvolta se ne ritrova qualcuno che, vestito dell'abito religioso, vive nei chiostri) si sono persuasi che la perfezione dipenda del tutto dal frequentare il coro, dal silenzio, dalla solitudine e dalla regolata disciplina: e così chi in queste e chi in altre simili azioni ritiene che sia fondata la perfezione.

Il che però non è così! Siccome dette azioni sono ora mezzo per acquistare spirito e ora frutto di spirito, così non si può dire che in esse solo consistano la perfezione cristiana e il vero spirito.
Sono senza dubbio mezzo potentissimo per acquistare spirito per quelli che bene e discretamente le usano, per prendere vigore e forza contro la propria malizia e fragilità; per armarsi contro gli assalti e gli inganni dei nostri comuni nemici; per provvedersi di quegli aiuti spirituali che sono necessari a tutti i servi di Dio e massimamente ai principianti.

Sono poi frutto di spirito nelle persone veramente spirituali, le quali castigano il corpo perché ha offeso il suo Creatore e per tenerlo sottomesso e umile nel suo servizio; tacciono e vivono solitarie per fuggire qualunque minima offesa del Signore e per conversare nei cieli (cfr. Fíl 3,20 Volgata); attendono al culto divino e alle opere di pietà; pregano e meditano la vita e la passione di nostro Signore non per curiosità e gusti sensibili, ma per conoscere ancora di più la propria malizia e la bontà misericordiosa di Dio, onde infiammarsi sempre più nell'amore divino e nell'odio di se stesse, seguendo con la loro abnegazione e la croce in spalla il Figliuolo di Dio; frequentano i santissimi sacramenti a gloria di sua divina Maestà, per congiungersi più strettamente con Dio e per prendere nuova forza contro i nemici.

Ma ad altri poi che pongono nelle suddette opere esteriori tutto il loro fondamento, possono, non per difetto delle cose in sé (che sono tutte santissime) ma per difetto di chi le usa, porgere talvolta occasione di rovina più che i peccati fatti apertamente. Mentre sono intenti solo in esse, abbandonano il cuore in mano alle inclinazioni e al demonio occulto, il quale, vedendo che questi già sono fuori del retto sentiero, li lascia non solamente continuare con diletto nei suddetti
esercizi ma anche spaziare secondo il loro vano pensiero per le delizie del paradiso, dove si persuadono di essere sollevati tra i cori angelici e di sentire Dio dentro di sé. Questi si trovano talora tutti assorti in certe meditazioni piene di alti, curiosi e dilettevoli punti e, quasi dimentichi del mondo e delle creature, par loro di essere rapiti al terzo cielo. Ma in quanti errori si trovino questi avviluppati e quanto siano lontani da quella perfezione che noi andiamo cercando,
facilmente si può comprendere dalla vita e dai loro costumi: infatti questi vogliono in ogni cosa grande e piccola essere preferiti agli altri e avvantaggiati su di loro, sono radicati nella propria opinione e ostinati in ogni loro voglia. Ciechi nei propri, sono invece solleciti e diligenti osservatori e mormoratori dei detti e dei fatti altrui. Se tu li tocchi anche un poco in una certa loro vana reputazione, in cui essi si tengono e si compiacciono di essere tenuti dagli altri, e li levi da quelle devozioni che usano passivamente, si alterano tutti e s'inquietano moltissimo. E se Dio, per ridurli alla vera conoscenza di se stessi e sulla strada della perfezione, manda loro travagli e infermità o permette persecuzioni (che non vengono mai senza sua volontà, così volendo o permettendo, e che sono la pietra di paragone della lealtà dei suoi servi), allora scoprono il loro falso fondo e l'interno corrotto e guasto a causa della superbia. Infatti in ogni avvenimento, triste o lieto che sia, non vogliono rassegnarsi e umiliarsi sotto la mano divina acquietandosi nei sempre giusti benché segreti giudizi di Dio (cfr. Rm 11,33); né sull'esempio del suo Figliuolo, il quale umiliò se stesso e volle patire (cfr. Fil 2,8), si sottomettono a tutte le creature considerando come cari amici i persecutori, che effettivamente sono strumenti della divina bontà e cooperano alla loro mortificazione, perfezione e salvezza.
Perciò è cosa certa che questi tali sono posti in grave pericolo: avendo l'occhio interno ottenebrato e mirando con quello se medesimi e le azioni esterne che sono buone, si attribuiscono molti gradi di perfezione e così insuperbiti giudicano gli altri: ma per loro non c'è chi li converta, fuorché uno straordinario aiuto di Dio. Per tale motivo assai più agevolmente si converte e si riduce al bene il peccatore pubblico, anziché quello occulto e coperto con il manto delle virtù apparenti.

Tu vedi dunque assai chiaramente, figliuola, che la vita spirituale non consiste nelle suddette cose esteriori, come ti ho dichiarato.
Devi sapere che essa non consiste in altro che nella conoscenza della bontà e della grandezza di Dio, e della nostra nullità e inclinazione a ogni male; nell'amore suo e nell'odio di noi stessi; nella sottomissione non solo a lui, ma a ogni creatura per
amor suo; nella rinuncia a ogni nostro volere e nella totale rassegnazione al suo divino beneplacito: inoltre essa consiste nel volere e nel fare tutto questo semplicemente per la gloria di Dio, per il solo desiderio di piacere a lui, e perché così egli vuole e merita di essere amato e servito.
Questa è la legge d'amore impressa dalla mano dello stesso Signore nei cuori dei suoi servi fedeli.
Questo è il rinnegamento di noi stessi, che da noi ricerca (cfr. Lc 9,23).
Questo è il giogo soave e il peso suo leggero (cfr. Mt 11, 30).
Questa è l'obbedienza, alla quale con l'esempio e con la parola il nostro Redentore e Maestro ci chiama.

E perché, aspirando tu all'altezza di tanta perfezione, devi fare continua violenza a te stessa per espugnare generosamente e annullare tutte le voglie, grandi o piccole che siano, necessariamente conviene che con ogni prontezza d'animo ti prepari a questa battaglia: infatti la corona non si dà se non a quelli che combattono valorosamente.
Siccome tale battaglia è più di ogni altra difficile (poiché combattendo contro di noi, siamo insieme combattuti da noi stessi), così la vittoria ottenuta sarà più gloriosa di ogni altra e più cara a Dio.
Se tu attenderai a calpestare e a dar morte a tutti i tuoi disordinati appetiti, desideri e voglie ancorché minime, renderai maggior piacere e servizio a Dio che se, tenendo alcune di quelle volontariamente vive, ti flagellassi fino al sangue e digiunassi più degli antichi eremiti e anacoreti o convertissi al bene migliaia di anime. Sebbene il Signore in sé gradisca più la conversione delle anime che la mortificazione di una voglietta, nondimeno tu non devi volere né operare altro se non quello che il medesimo Signore da te rigorosamente ricerca e vuole.
Ed egli senza alcun dubbio si compiace di più che tu ti affatichi e attenda a mortificare le tue passioni che se tu, lasciandone anche una avvedutamente e volontariamente viva in te, lo servissi in qualunque cosa sia pure grande e di maggior importanza.

Ora che tu vedi, figliuola, in che consiste la perfezione cristiana e che per acquistarla devi intraprendere una continua e asprissima guerra contro te stessa, c'è bisogno che ti provveda di quattro cose, come di armi sicurissime e
necessarissime, per riportare la palma e restare vincitrice in questa spirituale battaglia.
Queste sono: la diffidenza di noi stessi, la confidenza in Dio, l'esercizio e l'orazione. Di tutte tratteremo con l'aiuto divino e con facile brevità.

mercoledì 24 giugno 2009

ARMI NEL COMBATTIMENTO SPIRITUALE: DIFFIDENZA DI NOI STESSI E CONFIDENZA IN DIO


DAL LIBRO "IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE" DI DON LORENZO SCRUPOLI

CAPITOLO II
La diffidenza di noi stessi


La diffidenza di te stessa, figliuola, ti è talmente necessaria in questo combattimento che senza questa devi tenere per certo che non solamente non potrai conseguire la vittoria desiderata, ma neppure superare una ben piccola tua passioncella. E ciò ti s'imprima bene nella mente, perché noi siamo purtroppo facili e inclinati dalla natura corrotta verso una falsa stima di noi stessi: essendo veramente non altro che un bel nulla, ci convinciamo tuttavia di valere qualche cosa; e senza alcun fondamento, vanamente presumiamo delle nostre forze. Questo è difetto assai difficile a conoscersi e dispiace molto agli occhi di Dio, che ama e vuole in noi una leale cognizione di questa certissima verità che ogni grazia e virtù derivano in noi da lui solo, fonte di ogni bene; e che da noi non può venire nessuna cosa, neppure un buon pensiero che gli sia gradito (cfr. 2Cor 3,5).
E benché questa tanto importante diffidenza sia ben anche opera della sua divina mano che suole darla ai suoi cari amici ora con sante ispirazioni, ora con aspri flagelli e con violente e quasi insuperabili tentazioni, e con altri mezzi non intesi da noi medesimi, tuttavia, volendo egli che anche da parte nostra si faccia quello che tocca a noi, ti propongo quattro modi con i quali, aiutata principalmente dal supremo favore, tu possa conseguire tale diffidenza.

Il primo è che tu consideri e conosca la tua viltà e nullità e che da te non puoi fare alcun bene per il quale meriti di entrare nel regno dei cieli.

Il secondo è che con ferventi e umili preghiere la domandi spesso al Signore, poiché è dono suo.
E per ottenerla prima ti devi mirare non solo priva di essa, ma del tutto impotente ad acquistarla da te. Così presentandoti più volte davanti alla divina Maestà con una fede certa che per sua bontà sia per concedertela, e aspettandola con perseveranza per tutto quel tempo disposto dalla sua provvidenza, non vi è dubbio che l'otterrai.

Il terzo modo è che ti abitui a temere te stessa, il tuo giudizio, la forte inclinazione al peccato, gli innumerevoli nemici ai quali non hai forza di fare una minima resistenza; la loro esperienza nel combattere, gli stratagemmi, le loro trasfigurazioni in angeli di luce; le innumerevoli arti e i tranelli, che nella via stessa della virtù nascostamente ci tendono.

Il quarto modo è che quando ti avviene di cadere in qualche difetto, allora tu penetri più dentro e più vivamente nella considerazione della tua somma debolezza: infatti per questo fine Dio ha permesso la tua caduta, affinché, avvisata dall'ispirazione con più chiaro lume di prima, conoscendoti bene impari a disprezzare te stessa come cosa purtroppo vile e per tale tu voglia anche dagli altri essere tenuta e parimenti disprezzata. Sappi che senza questa volontà non vi può essere virtuosa diffidenza, la quale ha il suo fondamento nell'umiltà vera e nella cognizione sperimentale.
Chiara è questa cosa: a ognuno che vuol congiungersi con la luce suprema e con la verità increata è necessaria la conoscenza di se stesso, che la divina clemenza dà ordinariamente ai superbi e ai presuntuosi attraverso le cadute: essa li lascia giustamente incorrere in qualche mancanza dalla quale si persuadono di potersi difendere, affinché, venendosi così a conoscere,apprendano a diffidare in tutto di se medesimi.
Il Signore, però, non è solito servirsi di questo mezzo così miserabile se non quando gli altri più benigni, che abbiamo deto sopra, non hanno portato quel giovamento inteso dalla sua divina bontà. Essa permette che l'uomo cada più o meno tanto quanto maggiore o minore è la sua superbia e la propria reputazione; in maniera che dove non si ritrovasse la pur minima presunzione, come fu in Maria Vergine, similmente non vi sarebbe nemmeno la pur minima caduta. Dunque quando cadi, corri subito col pensiero all'umile conoscenza di te stessa e con preghiera insistente (cfr. Lc 11,5-13) domanda al Signore che ti doni il vero lume per conoscerti e la totale diffidenza di te stessa, se non vorrai cadere di nuovo e talvolta in più grave rovina.


CAPITOLO III
La confidenza in Dio


Benché in questa battaglia, come abbiamo detto, sia tanto necessaria la diffidenza di sé, tuttavia, se l'avremo sola, o ci daremo alla fuga o resteremo vinti e superati dai nemici; e perciò oltre a questa ti occorre ancora la totale confidenza in Dio, da lui solo sperando e aspettando qualunque bene, aiuto e vittoria. Perché siccome da noi, che siamo niente, non ci è lecito prometterci altro che cadute, onde dobbiamo diffidare del tutto di noi medesimi, così grazie a nostro Signore conseguiremo sicuramente ogni gran vittoria purché, per ottenere il suo aiuto, armiamo il nostro cuore di una viva confidenza in lui. E questa parimenti in quattro modi si può conseguire.

Primo: col domandarla a Dio.

Secondo: col considerare e vedere con l'occhio della fede l'onnipotenza e la sapienza infinita di Dio, al quale niente è impossibile (cfr. Lc 1,37) né difficile; e che essendo la sua bontà senza misura, con indicibile amore sta pronto e preparato a dare di ora in ora e di momento in momento tutto quello che ci occorre per la vita spirituale e la totale vittoria su noi stessi, se ci gettiamo con confidenza nelle sue braccia. E come sarà possibile che il nostro Pastore divino, il quale trentatré
anni ha corso dietro alla pecorella smarrita con grida tanto forti da diventarne rauco e per via tanto faticosa e spinosa da spargervi tutto il sangue e lasciarvi la vita, ora che questa pecorella va dietro a lui con l'obbedienza ai suoi comandamenti oppure con il desiderio benché alle volte fiacco di obbedirgli, chiamandolo e pregandolo, come sarà possibile che egli non volga ad essa quei suoi occhi vivificanti, non l'oda e non se la metta sulle divine spalle facendone festa con
tutti i suoi vicini e con gli angeli del cielo? Che se nostro Signore non lascia di cercare con grande diligenza e amore e di trovare nella dramma evangelica il cieco e muto peccatore, come sarà possibile che abbandoni colui che come smarrita pecorella grida e chiama a suo Pastore? E chi crederà mai che Dio, il quale batte di continuo al cuore dell'uomo per il desiderio di entrarvi e cenarvi comunicandogli i suoi doni, faccia egli davvero il sordo e non vi voglia entrare qualora l'uomo apra il cuore e lo inviti (cfr. Ap 3,20)?

Il terzo modo per acquistare questa santa confidenza è il ricorrere con la memoria alla verità della sacra Scrittura, la quale in tanti luoghi ci mostra chiaramente che non restò mai confuso colui che confidò in Dio.

Il quarto modo, che servirà per conseguire insieme la diffidenza di te stessa e la confidenza in Dio, è questo: quando ti capita qualcosa da fare e di intraprendere qualche battaglia e vincere te stessa, prima che ti proponga o ti risolva di volerla fare rivolgiti con il pensiero alla tua debolezza e, diffidando completamente, volgiti poi alla potenza, alla sapienza e alla bontà divina.
E in queste confidando, delibera di operare e di combattere generosamente; ma come nel suo luogo dirò, combatti e opera poi con queste armi in pugno e con l'orazione. E se non osserverai quest'ordine, anche se ti parrà di fare ogni cosa nella confidenza in Dio, ti troverai in gran parte ingannata: infatti è tanto sottile e tanto propria all'uomo la presunzione di se medesimo, che subdolamente quasi sempre vive nella diffidenza che ci pare di avere di noi stessi e nella confidenza che stimiamo di avere in Dio.
Perché tu fugga quanto più sia possibile la presunzione e operi con la diffidenza di te stessa e con la confidenza in Dio, fa in maniera che la considerazione della tua debolezza preceda la considerazione dell'onnipotenza di Dio e ambedue precedano le nostre opere.

TESORO IN VASI DI CRETA


Carissimi fratellini e carissime sorelline, ho letto i vostri commenti all’ultimo post che ho scritto. Tra molte meravigliose parole ho sentito anche molta perplessità sul fatto che sia mai possibile realizzare quanto scrivo. Sinceramente resto un po' esterrefatto perchè come un bimbo che si fida del papà per me è scontato credere che se Gesù ci chiede qualcosa sicuramente non ci chiede qualcosa di impossibile! Se ci chiede di essere santi e perfetti come il Padre Celeste, significa che una via per esserlo esiste! Infatti Lui stesso si è fatto Via per noi!!! Il Vangelo è la sintesi delle sintesi per sapere come vivere l'arte di amare e realizzare in modo autentico e pieno un'esistenza non solo sulla terra, ma anche per l'eternità!
Capisco che le cadute possano farci paura e soprattutto scoraggiarci… ma Gesù sa bene chi siamo. Dio, che ci ha creato sa quanti limiti abbiamo e non guarda alle opere in sé, ma al cuore. Basti pensare a tutte le parabole della Misericordia o ai brani dove a chi a Lui torna in umiltà come il pubblicano al tempio, o come il figlio prodigo che torna, corre incontro e fa festa “più che per novantanove giusti!” Il punto chiave è un altro… Se puntiamo sulle nostre forze, allora la caduta è assicurata. Se non preghiamo più, allora prepariamoci alla frana. Se ci chiudiamo nell’egoismo, allora raccoglieremo il frutto della solitudine e dell’insoddisfazione. Il segreto è nel vivere il Vangelo a tal punto da essere Vangelo che vive! Il segreto è nel permettere a Gesù in noi, giorno dopo giorno, di dilatare la sua presenza a tal punto da poter dire come san Paolo: “Non sono più io che vivo ma Cristo che vive in me!” (Gal 2,20). Il Gesù bambino nel nostro cuore va amato, coltivato, custodito, cresciuto, coccolato… come nelle fasi di un bimbo che necessita di protezione e cura. Maria e Giuseppe in questo ci possono essere da guida e maestri. E non conta se essere sacerdoti o madri di famiglia, se suore o immersi nel mondo! Conta piano piano perdersi nel Suo Amore e permettergli di dimorare in noi cosicché sia Lui in noi a vivere, a parlare, ad agire, ad Amare! Allora “saremo santi perché Lui è santo” in noi! Sempre san Paolo dice bene che “abbiamo un tesoro in vasi di creta”. La creta siamo noi. Se cadiamo, rialziamoci il prima possibile e diciamoglielo: “Gesù, scusami… ma tu sai che sono creta. Scusami, ho puntato su di me, ho trascurato la preghiera dialogo del cuore con te, ho abbassato lo sguardo a terra… ma riprendi dimora in me e sia stabile per sempre!” Allora la creta nella Confessione tornerà ad essere vaso rinnovato e Lui il tesoro che conterrà! Che mistero grande il tuo Amore Gesù!
Non abbattiamoci e corriamo insieme verso la meta! Come il ferro immerso nel fuoco ne prende le proprietà diventando con esso uno cosa sola, incandescente e capace delle stesse sue proprietà, così noi se immergiamo il cuore in Dio ogni giorno di più. La nostra vita è come un canale che può arrivare in diversi punti e che comunque avrà uno sbocco finale, se in questo canale gli argini con prudenza resteranno compatti grazie alla virtù dell’umiltà, il fiume di Dio potrà scorrere in esso e dar senso all’esistenza stessa nostra, ma questo fiume dev’essere fatto di preghiera e amore.

DON DAVIDE BANZATO
dal sito "egioiasia"

venerdì 19 giugno 2009

LA DEVOZIONE DI RIPARAZIONE VERSO IL SACRO CUORE DI GESU'


“Fa’, mio Dio, che offrendo al Cuore di Tuo Figlio, la devozione della nostra vita cristiana, sappiamo soddisfare degnamente al dovere della riparazione” (Preghiera nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù).

Venerdì 19 giugno 2010, solennità del sacratissimo cuore e giornata della santificazione sacerdotale di Gesù, il pontefice Benedetto XVI aprirà lo speciale anno sacerdotale. La preghiera della solennità del Sacro Cuore ci scopre uno degli aspetti di questa devozione, secondo il senso delle rivelazioni di Paray–le–Monial: lo spirito di riparazione dell’anima fedele ed amante del Cuore di Gesù per i peccati, gli oltraggi, specialmente le profanazioni del suo Divin Sacramento dell’Eucaristia, prova e dono ineffabile del suo amore. “L’amore non è amato” aveva detto la monaca visitandina Santa Margherita Maria. In tutto il suo Messaggio si avverte un rimpianto del Cuore di Gesù di non essere compreso, amato ...

... come sarebbe in diritto di attenderlo da parte degli uomini. Egli rivolge un appello per ottenere un amore più ardente e più generoso. Fa delle promesse di beni spirituali preziosi per chi praticherà questa devozione dei primi venerdì del mese facendo la santa comunione in stato di grazia… Infine, con un’insistenza commuovente, chiede la riparazione contro il male commesso.
L’Orazione traduce questo punto di vista con queste parole: “Soddisfare degnamente al dovere della riparazione”.
Riparare! Dopo il peccato, chiedere perdono. Dopo il male commesso e le sue conseguenze devastanti di colpa contro Dio, di scandali del prossimo, di abbassamento e di corruzione dell’anima colpevole e del suo ambiente familiare e sociale di vita, rimettere l’ordine in mezzo al disordine provocato. È questo riparare ma con un pensiero in più. Dio è un vivente. Cristo Dio col suo cuore amante, generoso è un Uomo come noi, sensibile all’amicizia, alla riconoscenza, al tradimento, all’ingratitudine. Da parte nostra la riparazione dopo l’offesa non è un atto posto su di un piano di astrazione, ma compiuto di fronte ad un Dio Padre, di un Uomo – il Cristo,Dio Incarnato, Redentore che s’è fatto nostro fratello e nostro amico riempiendoci dei suoi benefici spirituali fino ad elevarci ad una vera divinizzazione. È da Lui che siamo fatti figli di Dio per adozione e che possiamo così pretendere ad un’eredità di felicità eterna fino ad una partecipazione di conoscenza, d’amore, d’unione divina che ci sorpassa e rimane in diritto l’appannaggio di Dio solo.
Benefattore troppo sconosciuto, amico tradito, fratello stancato, Dio offeso, ecco i motivi che c’impongono la riparazione, quella della preghiera, della richiesta del perdono, quella dell’offerta del sacrificio, quella della Messa così eminentemente riparatore, quello dei nostri lavori, delle nostre prove, della nostra buona volontà. In modo particolare in quest’anno 2009 e 2010 vogliamo pregare e riparare per i peccati dei sacerdoti, che più di ogni altra categoria di peccatori, fanno addolorare il Cuore di Cristo a causa degli scandali che la vita di alcuni sacerdoti immorali e corrotti può causare.
Accetta, Signore Gesù, per il tuo Cuore adorabile, amante e ferito dalle nostre ingratitudini e dai nostri peccati, quest’omaggio della mia comprensione per le tue sofferenze d’amore per me. Vedi la contrizione delle mie colpe, il mio desiderio di consolarti nella tristezza della tua agonia, dalla pesantezza morale del peccato e dei peccatori, specialmente i sacerdoti scandalosi, dall’amore leale, fervente, agente che io vi dono con tutta la semplicità e la sincerità del mio affetto. Sii certo, o Cuore Divino, della mia risoluzione di generosità. Voglio fare uso dell’esperienza del mio passato, delle mie miserie, delle mie debolezze per servirti per il futuro con una fedeltà più intera, con una devozione interamente data alla tua causa, all’avvento del tuo Regno. Amen

don Marcello Stanzione

lunedì 15 giugno 2009

IL MIRACOLO EUCARISTICO DI LANCIANO (CHIETI)



dal sito http://www.miracoloeucaristico.eu/index.html

L'EVENTO

Il Miracolo Eucaristico di Lanciano è avvenuto circa l'anno settecento. Ciò si desume da circostanze e concomitanze storiche dovute alla persecuzione in Oriente da parte dell'Imperatore Leone III, l'Isaurico, il quale iniziò una feroce persecuzione contro la Chiesa e il culto delle immagini sacre (iconoclastia). In concomitanza della "lotta iconoclasta" nella Chiesa orientale, molti monaci greci si rifugiarono in Italia, tra essi i monaci basiliani, discepoli di San Basilio (329-379) Vescovo di Cesarea di Cappadocia (nell'attuale Turchia Orientale). Alcune comunità di esse si rifugiarono a Lanciano.

Un giorno un monaco mentre celebrava la Santa Messa fu assalito dal dubbio circa la presenza reale di Gesù nella Santa Eucaristia. Pronunziate le parole della consacrazione sul pane e sul vino, all'improvviso, dinanzi ai suoi occhi vide il pane trasformarsi in Carne, il vino in Sangue.

La tradizione, non attenta come noi oggi ai particolari delle vicende umane, non ci ha consegnato i dati anagrafici del monaco-sacerdote tra le cui mani si è verificato lo straordinario e inatteso mutamento. Sappiamo che era un monaco di rito orientale, greco, appartenente alla grande famiglia spirituale dei basiliani. Un documento del 1631, che riferisce il Prodigio con dovizia di particolari, ci aiuta ad entrare nel mondo interiore dell'anonimo protagonista, dipingendolo "non ben fermo nella fede, letterato nelle scienze del mondo, ma ignorante in quelle di Dio; andava di giorno in giorno dubitando, se nell'ostia consacrata vi fosse il vero Corpo di Cristo e così nel vino vi fosse il vero Sangue".
Un uomo dunque tormentato dal dubbio, disorientato dalle varie correnti d'opinione, anche nel campo della fede, lacerato dalla inquietudine quotidiana.

Quale fu la sua reazione di fronte alla inattesa mutazione che coinvolse anche le specie sacramentali? Attingendo dal citato documento, leggiamo: "Da tanto e così stupendo miracolo atterrito e confuso, stette gran pezzo come in una divina estasi trasportato; ma, finalmente, cedendo il timore allo spirituale contento, che gli riempiva l'anima, con viso giocondo ancorché di lacrime asperso, voltatosi alle circostanti, così disse: 'O felici assistenti ai quali il Benedetto Dio per confondere l'incredulità mia ha voluto svelarsi in questo santissimo Sacramento e rendersi visibile agli occhi vostri. Venite, fratelli, e mirate il nostro Dio fatto vicino a noi'". E' il sentimento comune che si accompagna ad ogni esperienza di Dio e del suo misterioso agire con i figli degli uomini. Il pane e il vino, investiti dalla forza creatrice e santificatrice della Parola, si sono mutati improvvisamente, totalmente e visibilmente in Carne e Sangue.


L'ESAME SCIENTIFICO

In novembre 1970, per le istanze dell'arcivescovo di Lanciano, Monsignor Perantoni, e del ministro provinciale dei Conventuali di Abruzzo, e con l'autorizzazione di Roma, i Francescani di Lanciano decisero di sottoporre a un esame scientifico queste "reliquie" che risalivano a quasi 12 secoli. Certamente era una sfida: ma né la fede cattolica (che qui non era affatto in gioco), né una tradizione storica certa hanno nulla da temere dalla scienza, perché ciascuna rimane nel proprio campo.

Il compito fu affidato al dott. Edoardo Linoli, capo del servizio all'ospedale d'Arezzo e professore di anatomia, di istologia, di chimica e di microscopia clinica, coadiuvato del prof. Ruggero Bertelli dell'Università di Siena. Il dott. Linoli effettuò dei prelevamenti sulle sacre reliquie, il 18 novembre 1970, poi eseguì le analisi in laboratorio.

Il 4 marzo 1971, il professore presentò un resoconto dettagliato dei vari studi fatti. Ecco le conclusioni essenziali:

1. La "carne miracolosa" è veramente carne costituita dal tessuto muscolare striato del miocardio.
2. Il "sangue miracoloso" è vero sangue: l'analisi cromatografica lo dimostra con certezza assoluta e indiscutibile.
3. Lo studio immunologico manifesta che la carne e il sangue sono certamente di natura umana e la prova immunoematologica permette di affermare con tutta oggettività e certezza che ambedue appartengono allo stesso gruppo sanguigno AB (lo stesso della Sindone). Questa identità del gruppo sanguigno può indicare l'appartenenza della carne e del sangue alla medesima persona, con la possibilità tuttavia dell'appartenenza a due individui differenti del medesimo gruppo sanguigno.
4. Le proteine contenute nel sangue sono normalmente ripartite, nella percentuale identica a quella dello schema siero-proteico del sangue fresco normale.
5. Nessuna sezione istologica ha rivelato traccia di infiltrazioni di sali o di sostanze conservatrici utilizzate nell'antichità allo scopo di mummificazione. Certo, la conservazione di proteine e dei minerali osservati nella carne e nel sangue di Lanciano non è né impossibile né eccezionale: le analisi ripetute hanno permesso di trovare proteine nelle mummie egiziane di 4 e di 5.000 anni. Ma è opportuno sottolineare che il caso di un corpo mummificato secondo i procedimenti conosciuti, è molto differente da quello di un frammento di miocardio, lasciato allo stato naturale per secoli, esposto agli agenti fisici atmosferici e biochimici.

Il prof. Linoli scarta anche l'ipotesi di un falso compiuto nei secoli passati: "Infatti, dice, supponendo che si sia prelevato il cuore di un cadavere, io affermo che solamente una mano esperta in dissezione anatomica avrebbe potuto ottenere un "taglio" uniforme di un viscere incavato (come si può ancora intravedere sulla "carne") e tangenziale alla superficie di questo viscere, come fa pensare il corso prevalentemente longitudinale dei fasci delle fibre muscolari, visibile, in parecchi punti nelle preparazioni istologiche. Inoltre, se il sangue fosse stato prelevato da un cadavere, si sarebbe rapidamente alterato, per deliquescenza o putrefazione.


NUOVO ESAME SCIENTIFICO:

La relazione del prof. Linoli fu pubblicata in Quaderni Sclavo in Diagnostica, 1971, fasc. 3 (Grafiche Meini, Siena) e suscitò un grande interesse nel mondo scientifico. Anche nel 1973, il Consiglio superiore dell'Organizzazione mondiale della Sanità, O.M.S./O.N.U. nominò una commissione scientifica per verificare, mediante esperimenti di controllo, le conclusioni del medico italiano. I lavori durarono 15 mesi con un totale di 500 esami. Le ricerche furono le medesime di quelle effettuate dal prof. Linoli, con altri complementi. La conclusione di tutte le reazioni e di tutte le ricerche confermarono ciò che già era stato dichiarato e pubblicato in Italia.

In maniera precisa, fu affermato che i frammenti prelevati a Lanciano non potevano essere assimilati da tessuti mummificati. La loro conservazione dopo quasi dodici secoli, in reliquiari di vetro e in assenza di sostanze conservanti, antisettiche, antifermentative e mummificanti, non è scientificamente spiegabile: infatti i vasi che racchiudono queste reliquie non impediscono l'accesso dell'aria e della luce né l'entrata di parassiti d'ordine vegetale o animale, veicoli ordinari dell'aria atmosferica. In quanto alla natura del frammento di carne, la commissione dichiara senza esitazione che si tratta di un tessuto vivente perché risponde rapidamente a tutte le reazioni cliniche proprie degli esseri viventi.

Questo responso perciò conferma pienamente le conclusioni del prof. Linoli. E non è meno sorprendente constatare che un miracolo italiano dell'alto medioevo abbia interessato sino a questo punto l'OMS e le Nazioni Unite! Ma, è questa un'altra sorpresa, l'estratto-riassunto dei lavori scientifici della Commissione Medica dell'OMS e dell'ONU, pubblicato in dicembre 1976 a New York e a Ginevra, dichiara nella sua conclusione che la scienza, consapevole dei suoi limiti, si arresta davanti alla impossibilità di dare una spiegazione. L'ultimo paragrafo non è certamente una dichiarazione di fede religiosa, ma è almeno l'apologia dell'umiltà che deve possedere colui che si dedica alla ricerca scientifica. Lo scienziato, a un certo momento delle sue investigazioni, deve ricordarsi che egli non è altro che un uomo sul pianeta terrestre.

In conclusione si può dire che la Scienza, chiamata a testimoniare, ha dato un certo ed esauriente responso, riguardo dell'autenticità del Miracolo Eucaristico di Lanciano.

EUCARISTIA: MISTERO DI VICINANZA E PRESENZA DI CRISTO


Solennità del Corpus Domini

14 Giugno 2009

Eucaristia: mistero di vicinanza e presenza di Cristo

di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la solennità del Corpus Domini, celebrata in altre parti giovedì scorso, secondo un’antica usanza, rivista in alcune comunità nazionali, anche per adeguarsi alle norme civili che non permettono feste infrasettimanali. Solennità che porta al centro della nostra vita di fede il grande miracolo eucaristico che si rinnova ogni giorno su tutti gli altari del mondo, ove un sacerdote cattolico, in unione alla Chiesa di Cristo, celebra legittimamente la santa messa, memoriale della Pasqua di Morte e Risurrezione di mostro Signore. Attualizzazione dell’evento salvifico, unico ed irripetibile, che è stato celebrato sul Golgota. L’eucaristia in questo senso è il mistero della fede per eccellenza, con il quale annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta. Un mistero di vicinanza, presenza ed attesa. La liturgia nel suo insieme ci porta al grande mistero della fede. I canti, gli inni eucaristici, le preghiere eucaristiche: tutto ci parla del grande amore di Cristo verso l’umanità, che non ha lasciato sola, ma che l’assiste e fortifica con il pane degli angeli, come ci ricorda la sequenza della solennità odierna: Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli: non dev’essere gettato. Con i simboli è annunziato, in Isacco dato a morte, nell'agnello della Pasqua, nella manna data ai padri. Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi”.
In questo speciale anno sacerdotale indetto da Papa Benedetto XVI, l’eucaristia è e deve essere riscoperta nella vita di ogni ministro della stessa eucaristia. Senza una vita eucaristica sentita, vissuta, approfondita nell’assidua adorazione del santissimo sacramento dell’altare il sacerdote perde molto della sua vocazione e dà poco alla comunità cristiana. Ecco perché che l’annuale solennità del Corpus Domini è un forte richiamo per fedeli e sacerdoti alla centralità dell’eucaristia nella loro vita.
Questo pane degli Angeli che non deve essere buttato, disprezzato, trascurato, fatto deperire, non consumato nel modo migliore. Forte appello alla partecipazione alla mensa eucaristica con cuore puro e rinnovato, purificato da ogni peccato. Non si può, infatti, accostarsi alla mensa eucaristica senza aver messo a posto i conti sospesi a livello morale e spirituale con il Signore e con i fratelli. Fare la comunione significa entrare pienamente in un rapporto sacramentale con Gesù Cristo e con la Chiesa.
Il sacrificio di Cristo sulla Croce ha un senso solo se comprendiamo che egli è morto per i nostri peccati, per risollevarci dalla condizione della nostra personale schiavitù e soggiacenza alle passioni. L’Apostolo Paolo nel brano della lettera agli Ebrei ci richiama all’attenzione il mistero del Crocifisso: “Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa”.
L’eucaristia è appello continuo alla purificazione. Cristo ci purifica dalle opere morte e che causano morte nel nostro cuore e nel nostro spirito. Senza questo riferimento continuo al cibo eucaristico, noi diventiamo fragile, debilitati, deboli nell’anima ed incapaci di fare il bene e reagire davanti alle avversità della vita.
L’eucaristia è impegno serio nella vita, non ammette compromessi morali, né accomodamenti di sorta. Nel racconto della prima alleanza che Dio stipula con Mosé sul monte Sinai, di cui parla la prima lettura di oggi, tratta dall’Esodo, Israele si impegna ad osservare tutti i comandi del Signore ed accetta di buon grado i dieci comandamenti, frutto dalla carità e dell’amore divino verso l’umanità. “In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!». Tutta la liturgia della consacrazione dell’altare che Mosè erige al Signore, della parola di Dio che legge al popolo convocato per il ringraziamento (eucaristia è rendere grazie, è benedire) è finalizzata all’impegno della vita. Quello che ha detto Dio sarà fatto ed eseguito: è questo il nucleo etico del messaggio eucaristico. Come dire, dopo aver reso grazie, celebrata la messa, partecipata alla mensa eucaristica usciamo per le strade della nostra città, dei nostri quartieri, all’interno delle nostre stesse case, abitazioni e famiglie per vivere quanto abbiamo celebrato in Chiesa. La messa non fine con il saluto conclusivo del sacerdote, inizia proprio in quel momento, in quanto dalla celebrazione si passa alla vita vissuta nella fedeltà assoluta al comandamento del Signore. Ecco perché celebrare l’eucaristia significa andare alle origini di questo sacramento istituito nel giovedì santo, alla vigilia della passione e morte in Croce del Signore. Significa riportarsi idealmente e spiritualmente alla sera del cenacolo, alla vigilia della vera e definitiva Pasqua di Dio con l’umanità, come ci rammenta l’evangelista Marco nel brano del Vangelo di oggi attinente la istituzione dell’eucaristia e del sacerdozio cattolico “Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Nasca anche dentro di noi questa intensissima domanda che possiamo rivolgere a Dio in questo nostro momento: Signore dove e come vuoi che io faccia Pasqua con te e con i fratelli? Semplicemente accostandomi a te nel sacramento dell’altare e poi negare il perdono ai fratelli vivere dissolutamente. C’è il rischio di fare dell’eucaristia un’abitudine o addirittura di non sentirne la necessità ed il bisogno interiore se non in rare circostanze, in quanto questo nostro tempo invece di accostarci sempre più all’Onnipotente ci sta allontanando da Lui non riconoscendolo più presente in corpo, sangue, anima e divinità del SS.Sacramento dell’Altare. Concludiamo questa meditazione con la parte introduttiva della sequenza di oggi, meno conosciuta, ma altrettanta ricca di contenuti e spunti: “Pane vivo, che dà vita: questo è tema del tuo canto, oggetto della lode. Veramente fu donato agli apostoli riuniti in fraterna e sacra cena. Lode piena e risonante, gioia nobile e serena sgorghi oggi dallo spirito. Cristo lascia in sua memoria ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo. Obbedienti al suo comando, consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza. È certezza a noi cristiani: si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi. Mangi carne, bevi sangue; ma rimane Cristo intero in ciascuna specie. Chi ne mangia non lo spezza, né separa, né divide: intatto lo riceve. Siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono: mai è consumato. Vanno i buoni, vanno gli empi; ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca. Vita ai buoni, morte agli empi: nella stessa comunione ben diverso è l’esito!”.
Per tutti noi che aneliamo ogni giorno ad accostarci alla mensa del Signore e praticamente lo faccio unico sia l’esito di questo incontro quotidiano: vita, gioia e risurrezione. Amen